Chiesa Cattolica – Italiana

Il Papa: le parole hanno un peso, parliamo con mitezza per non distruggere gli altri

Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

“Parliamo con mitezza o inquiniamo il mondo spargendo veleni: criticando, lamentandoci, alimentando l’aggressività diffusa?”

In un momento di crisi e di tensione, di paura e di squilibri internazionali, Francesco esorta alla pace che, dice all’Angelus, si costruisce a cominciare dal linguaggio. Soffermandosi sul Vangelo di Giovanni di oggi, in cui “Gesù ci invita a riflettere sul nostro sguardo e sul nostro parlare”, il Papa nella sua catechesi mette in guardia dalle conseguenze di un uso improprio e leggero della lingua che può ferire come un’arma.  

Con la lingua possiamo anche alimentare pregiudizi, alzare barriere, aggredire e perfino distruggere i fratelli: il pettegolezzo ferisce e la calunnia può essere più tagliente di un coltello!

Rabbia e aggressività nel mondo digitale

Un rischio che aumenta specialmente oggi nel mondo digitale: troppe le parole, dice il Papa, che “corrono veloci” e “veicolano rabbia e aggressività, alimentano notizie false e approfittano delle paure collettive per propagare idee distorte”. Il Pontefice cita Dag Hammarskjöld, diplomatico svedese segretario generale dell’Onu dal 1953 al 1961, vincitore del Nobel per la Pace, che disse: “Abusare della parola equivale a disprezzare l’essere umano”.

Attenzione a usare le parole in modo superficiale

È vero, così come è vero che “da come uno parla ti accorgi di quello che ha nel cuore”.

Le parole che usiamo dicono la persona che siamo. A volte, però, prestiamo poca attenzione alle nostre parole e le usiamo in modo superficiale. Ma le parole hanno un peso: ci permettono di esprimere pensieri e sentimenti, di dare voce alle paure che abbiamo e ai progetti che intendiamo realizzare, di benedire Dio e gli altri.

Domandiamoci che genere di parole utilizziamo, dice il Papa ai fedeli: “Parole che esprimono attenzione, rispetto, comprensione, vicinanza, compassione, oppure parole che mirano principalmente a farci belli davanti agli altri?”.

La pagliuzza e la trave

Allo stesso modo, bisogna riflettere anche sul proprio “sguardo”. E cioè se si è concentrati “a guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello senza accorgerci della trave che c’è nel nostro”. Che significa “essere attentissimi ai difetti degli altri, anche a quelli piccoli come una pagliuzza, trascurando serenamente i nostri, dandogli poco peso”.

Troviamo sempre motivi per colpevolizzare gli altri e giustificare noi stessi. E tante volte ci lamentiamo per le cose che non vanno nella società, nella Chiesa, nel mondo, senza metterci prima in discussione e senza impegnarci a cambiare anzitutto noi stessi. 

“Ogni cambiamento fecondo, positivo deve cominciare da noi stessi, altrimenti non ci sarà cambiamento”, dice il Papa a braccio.

Riconoscere le proprie miserie

Facendo così, sottolinea il Papa, “il nostro sguardo è cieco”. E se siamo ciechi “non possiamo pretendere di essere guide e maestri per gli altri: un cieco, infatti, non può guidare un altro cieco”. La prima cosa è quindi “guardare dentro di noi per riconoscere le nostre miserie”, perché “se non siamo capaci di vedere i nostri difetti, saremo sempre portati a ingigantire quelli altrui. Se invece riconosciamo i nostri sbagli e le nostre miserie, si apre per noi la porta della misericordia”.

Vedere negli altri il bene, non il male

Si tratta in sostanza di guardare gli altri come ci guarda il Signore “che non vede anzitutto il male, ma il bene”.

Dio ci guarda così: non vede in noi degli sbagli irrimediabili, ma dei figli che sbagliano. Si cambia l’ottica. Non si concentra sugli sbagli ma sui figli che sbagliano… Dio distingue sempre la persona dai suoi errori. Crede sempre nella persona ed è sempre pronto a perdonare gli errori. E sappiamo che Dio perdona sempre.

Tutti noi siamo chiamati a fare lo stesso: “A non ricercare negli altri il male, ma il bene”.

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